Il framework che trovate in questa pagina non l’ho “progettato” e, a dirla tutta, non ci ho riflettuto poi molto. A essere sinceri non serve chissà quale competenza particolare per metterlo insieme.
Allora perché dedicarci una pagina intera?
Il framework che trovate in questa pagina non l’ho “progettato” e, a dirla tutta, non ci ho riflettuto poi molto. A essere sinceri non serve chissà quale competenza particolare per metterlo insieme.
Allora perché dedicarci una pagina intera?
Perché è il risultato, naturale, di un’analisi retrospettiva dei progetti che ho seguito in questi anni cercando di individuare le competenze specifiche che utilizzavo, di volta in volta, in ciascuna fase di lavoro. Da questa lettura è emerso un metodo che descrive il mio approccio alla progettazione ma, ancora di più, che illustra cosa vuol dire per me fare Design: ogni soluzione è il risultato di un passo in avanti rispetto al momento precedente, una costruzione lineare, una progettualità consapevole.
Nella versione che preferisco — quella a cui tendo ogni volta che le condizioni del progetto lo permettono, perché nella pratica non è sempre così lineare — tutto parte da un principio guida, ancora astratto (Concept), che cerco di calare nella realtà testandolo attraverso l’osservazione di utenti, competitor e dati (Research). Definita la direzione, do struttura e gerarchia ai contenuti (Architecture) prima di intervenire su interfaccia o estetica. Solo a questo punto entro nella fase esecutiva, che si sviluppa su due piani complementari — quasi mai in parallelo: la progettazione dell’esperienza d’uso (Interaction) e la definizione del linguaggio visivo (Visual).
Due sono le competenze che restano trasversali all’intero processo, senza una particolare posizione nella sequenza. La capacità di garantire coerenza cross-touchpoint tra tutti gli artefatti di un brand (Identity) e l’organizzazione di risorse, tempistiche e processi (Management) — sono determinanti in ogni fase del progetto, non solo nella fase finale.

Ma, le competenze… sono anche dei filtri?
A questo punto rimane una domanda: ma perché l’analisi retrospettiva? Certo, per individuare le mie competenze ma c’è, anche, un aspetto più pratico — sono diventate anche i filtri con cui potete esplorare i miei progetti: sono gli stessi tag che trovate descritti qui sotto. Perché come succede di solito, il design è una progettazione circolare, quello che arriva subito dopo — nel migliore dei casi — andrà a influenzare quello che hai pensato un attimo prima, per costruire quello che arriverà in modo completamente… diverso.
Definisco il principio guida di un progetto. È il momento in cui non ho ancora soluzioni, solo un’intuizione — a volte poco più di un’immagine mentale — che però basta a orientare tutto quello che viene dopo: una metafora, un principio, un modo di guardare al problema prima ancora di iniziare a risolverlo.
Osservo gli utenti, analizzo i competitor e il contesto di mercato attraverso metodologie quali-quantitative: analisi euristiche, survey, journey map, test di usabilità e così via. Più spesso questo è il punto di partenza della progettazione, a volte (poche in verità) questa fase mette in discussione quello che avevo immaginato in quella precedente.
Prima di realizzare qualsiasi cosa definisco l’architettura informativa e la gerarchia dei contenuti di un prodotto, digitale o meno: la struttura portante su cui si innesta la progettazione dell’interfaccia o la resa grafica. È un lavoro che, se fatto bene, nessuno nota — e che si nota moltissimo quando manca.
La progettazione dell’interfaccia: i contenuti diventano esperienza d’uso — flussi, wireframe, prototipi. E poi la verifica attraverso test e valutazioni (euristiche), perché un’interfaccia che funziona solo nella mia testa non è sinonimo di usabilità.
Definisco il linguaggio visivo di un progetto: composizione di un design (system), coerenza grafica, selezione di immagini coordinate. A volte per vestire un singolo artefatto, altre volte per costruire — o rinforzare — l’identità visiva di un brand.
Garantisco la visione d’insieme. La coerenza cross-touchpoint di un brand assicura che ogni artefatto progettato rafforzi la stessa identità: che si tratti di un sito, di un gestionale o di un altro artefatto. È la competenza meno visibile, perché non produce un artefatto tutto suo — ma anche la più visibile, perché produce coerenza tra tutti gli artefatti.
Gestisco risorse, tempistiche, flussi di lavoro — miei o di un team — per garantire un’organizzazione efficiente del progetto e sostenibile nel tempo. Perché anche l’idea più brillante, se non è organizzata, resta soltanto un’idea.
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massimo.marafante@gmail.com